La conversione fotochimica potrebbe mettere il “turbo” all’efficienza dei pannelli fotovoltaici
Negli ultimi anni si sono susseguite diverse generazioni di pannelli fotovoltaici: essenzialmente
il carattere principale dello sviluppo ha portato a prodotti via via
sempre più efficienti, o meglio, sempre più capaci di assorbire parte
dei fotoni e trasformarli in energia elettrica. Abbiamo visto che le
percentuali di resa sono in continuo aumento, gli specchi semitrasparenti della Heltek raggiungono
il 9.8% mentre i tradizionali partono dal 15% e riescono ad andare
oltre al 25%, con un limite teorico imposto dalle leggi della fisica
fermo al 33%.
In realtà, alcuni ricercatori hanno
sviluppato una tecnica chiamata “conversione fotochimica” che permette
di raggiungere teoricamente l’incredibile valore del 40% di
assorbimento, con una produttività doppia dei pannelli fotovoltaici.
Il processo si basa su due diversi tipi di molecole disposte all’interno della cella solare: esse sono immerse in una soluzione che combina due fotoni rossi a bassa energia (solitamente non utilizzabili) in un singolo fotone giallo ad alta energia.
La prima molecola assorbe il fotone rosso prevenendone la “fuga”
riponendolo in uno stato persistente abbastanza lungo da permettere la
combinazione con la seconda molecola, che produce il fotone
giallo assorbibile dalla cella fotovoltaica.
Il merito di una tale scoperta va al professor Schmidt dell’Università di Sydney che ha sviluppato il cosiddetto “turbo per celle solari” in collaborazione con il centro Helmholtz di Berlino:
Abbiamo ora un benchmark che attesta le performance della cella solare “upconverting”. Dovremo migliorarla numerose volte ma il percorso è ormai chiaro.
Che sia questo il “colpo di reni”
dell’intero comparto fotovoltaico, spesso bistrattato a causa della
limitata produzione di energia elettrica? Di certo, con percentuali
vicino al 40% l’interesse dell’opinione pubblica si farebbe sempre più
pressante.
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