lunedì 23 aprile 2012

La conversione fotochimica potrebbe mettere il “turbo” all’efficienza dei pannelli fotovoltaici



Negli ultimi anni si sono susseguite diverse generazioni di pannelli fotovoltaici: essenzialmente il carattere principale dello sviluppo ha portato a prodotti via via sempre più efficienti, o meglio, sempre più capaci di assorbire parte dei fotoni e trasformarli in energia elettrica. Abbiamo visto che le percentuali di resa sono in continuo aumento, gli specchi semitrasparenti della Heltek raggiungono il 9.8% mentre i tradizionali partono dal 15% e riescono ad andare oltre al 25%, con un limite teorico imposto dalle leggi della fisica fermo al 33%.
In realtà, alcuni ricercatori hanno sviluppato una tecnica chiamata “conversione fotochimica” che permette di raggiungere teoricamente  l’incredibile valore del 40% di assorbimento, con una produttività doppia dei pannelli fotovoltaici.
Il processo si basa su due diversi tipi di molecole disposte all’interno della cella solare: esse sono immerse in una soluzione che combina due fotoni rossi a bassa energia (solitamente non utilizzabili) in un singolo fotone giallo ad alta energia. La prima molecola assorbe il fotone rosso prevenendone la “fuga” riponendolo in uno stato persistente abbastanza lungo da permettere la combinazione con la seconda molecola, che produce il fotone giallo assorbibile dalla cella fotovoltaica.




Il merito di una tale scoperta va al professor Schmidt dell’Università di Sydney che ha sviluppato il cosiddetto “turbo per celle solari” in collaborazione con il centro Helmholtz di Berlino:
Abbiamo ora un benchmark che attesta le performance della cella solare “upconverting”. Dovremo migliorarla numerose volte ma il percorso è ormai chiaro.
Che sia questo il “colpo di reni” dell’intero comparto fotovoltaico, spesso bistrattato a causa della limitata produzione di energia elettrica? Di certo, con percentuali vicino al 40% l’interesse dell’opinione pubblica si farebbe sempre più pressante.

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